La natura fondamentale della realtà

by Federico Faggin
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Le unità di consapevolezza

Nel saggio intitolato “La natura della consapevolezza”, ho introdotto il concetto delle unità di consapevolezza (UC), le “componenti” fondamentali di tutto ciò che esiste: lo spazio, il tempo e i campi quantistici delle particelle fondamentali.

In questo quadro, lo spazio e i campi quantistici sono composti da varie organizzazioni di UC, e quindi un campo quantistico è anch’esso un sé cosciente, una parte-tutto formata da quelle organizzazioni di UC che formano lo spazio più qualche altra organizzazione di UC che non fa parte dello spazio. Lo spazio comune a tutti i campi quantistici ci sembra “vuoto” solo perché le organizzazioni fatte di questi campi possono percepire o misurare soltanto ciò che “esce” dallo sfondo comune. In altre parole, le proprietà “visibili” sono solo quelle che definiscono le identità dei campi quantistici, cioè l’aspetto “parte” di ogni parte-tutto.

I campi quantistici, comunicando tra di loro e con lo spazio, producono tracce misurabili su strumenti fisici – ad esempio, sui rilevatori di particelle. Queste tracce sono strutture costituite dalle parti identificabili dei campi che ci appaiono come “particelle create e annientate nello spazio-tempo”.

La natura fondamentale della realtà

Se lo spazio e i campi quantistici sono costituiti da entità coscienti con libero arbitrio, vuol dire che il vuoto quantistico da cui è emerso il nostro universo di materia, energia, spazio e tempo deve anch’esso essere un’organizzazione di entità coscienti. Ho avanzato questa congettura circa dieci anni fa, e più ci ho riflettuto, più mi è apparsa dotata di un potere esplicativo e unificante. Se si può dimostrare che essa è vera, tutto ciò che esiste deve essere intrinsecamente consapevole.

Da questa ipotesi, ne consegue che “oggettivo” e “soggettivo” devono essere due facce intrecciate e inseparabili di un tutto indivisibile fin dall’inizio. Detto diversamente, la natura della realtà ha intrinsecamente un aspetto interiore e uno esteriore che sono irriducibili, co-emergenti e co-evolventi. In questo modello, l’aspetto interiore è la realtà semantica di ciascun sé; l’aspetto esteriore è la realtà informatica o simbolica che dà origine a tutti i mondi fisici. L’evoluzione fisica dell’universo deve quindi rispecchiare in qualche modo l’evoluzione semantica dei sé, e viceversa – l’una riflette e dà supporto all’altra.

In questa immagine, l’universo fisico rappresenta soltanto la manifestazione simbolica della realtà interiore semantica che è invece ciò che collega tutto dall’interno, ma è invisibile dall’esterno. La realtà interiore può essere percepita soltanto da ciascun sé al suo interno. La consapevolezza, quindi, è un altro nome per la capacità di Uno – la totalità di ciò che esiste – di conoscere se stesso e,  nello stesso atto in cui conosce se stesso, viene ad esistere.

E che ne è della consapevolezza, quando il corpo muore?

Quando i materialisti affermano che la coscienza cessa di esistere nel momento in cui il corpo muore, questa affermazione ha senso solo qualora si creda  (senza prove) che la coscienza abbia bisogno di un corpo per esistere. Ma se la coscienza è una proprietà “interiore” di ogni parte-intero accessibile soltanto da ciascun sé al suo “interno”, non si potrà mai dimostrare che esiste con un’osservazione esterna. Lo stato di quella coscienza rimarrà sempre un fatto privato non condivisibile e interiore, conoscibile soltanto se sarà comunicato simbolicamente dal sé attraverso il suo aspetto esteriore simbolico.

Nel modello che propongo,  l’ego è quella parte di noi che è identificata con il corpo, mentre invece è soltanto una piccola porzione di quel sé più vasto (il vero sé) che ha creato il corpo e lo mantiene come organizzazione coerente. L’ego è quindi una parte indivisibile del vero sé che rimane ignoto fintanto che l’ego presta attenzione solo ai segnali prodotti dal corpo fisico.

Quando il vero sé decide di porre fine alla vita fisica, i correlati fisici della coscienza non possono più essere osservati, non perché la morte sia la fine della nostra coscienza, ma perché un corpo morto non può più comunicare con la coscienza dell’ego. Noi siamo molto di più non solo del nostro corpo, ma anche del nostro ego.

La natura del sè

 

Nel saggio intitolato “Che cos’è la coscienza?”, ho definito la coscienza come la capacità di un sé di percepire, conoscere e sperimentare se stesso e il mondo. La coscienza, quindi, è una proprietà di un sé. In aggiunta, un sé ha anche la capacità di agire con libero arbitrio e con una identità unica. Azione, libero arbitrio e identità esprimono l’agentività del sé, mentre la consapevolezza del sé esprime la sua capacità di percepire, capire e comprendere.

Sé, agentività e consapevolezza sono aspetti inseparabili e co-emergenti di qualsiasi entità cosciente, sia essa una UC o una combinazione di UC.

L’identità è ciò che consente ad un sé di essere riconosciuto come tale da tutti gli altri sé quando questi percepiscono la sua realtà esterna. È anche ciò che consente al sé di identificarsi e conoscere se stesso nella sua interiorità.

L’identità consente di discriminare sé da non-sé. Fornisce anche il senso-di-sé, cioè una prospettiva unificata di essere un agente autonomo, indipendente e provvisto di libero arbitrio, cioè della capacità di decidere un’azione basata sulla sua comprensione e coerente con la sua intenzione e scopo.

Il libero arbitrio è inestricabilmente connesso con l’identità del sé e ne rende il comportamento imprevedibile. Ciò significa che un sé non può predire il comportamento di un altro sé, benché sia possibile prevedere il suo probabile comportamento.

La probabilità appare solo quando si “guarda da fuori”, cioè quando si cerca di prevedere la decisione che verrà presa liberamente da qualcun altro. Vista “dall’interno del sé”, la probabilità non esiste perché il sé fa semplicemente una libera scelta basata sulla sua comprensione, intenzione e scopo.

L’intenzione e lo scopo sono parti integranti del libero arbitrio poiché è impossibile separarle da esso. Come metafora, il libero arbitrio potrebbe essere considerato un vettore, in cui l’intenzione rappresenta la sua lunghezza e lo scopo rappresenta la sua direzione.

Poiché il libero arbitrio è un aspetto irriducibile di ogni sé, il completo determinismo non può esistere. La prevedibilità può essere solo il risultato di accordi volontari tra i sé. In altre parole, quando un sé si comporta prevedibilmente, è solo perché esso ha concordato con altri sé di comportarsi in quel modo.

Agentività e azione

Agentività è la capacità del sé di decidere e di agire come un’unità, un tutto integrato. Ecco perché la nozione di sé come agente unico e libero è così fondamentale.

La libertà è l’idea che ogni sé può fare ciò che desidera invece di essere costretto da un altro agente ad andare contro la sua volontà. Nonostante ciò, libertà non implica un comportamento capriccioso poiché tutti i sé condividono lo stesso desiderio di conoscere se stessi e di conoscere gli altri sé come se stessi.

Infine, mentre l’azione nel mondo della fisica classica è la capacità di influenzare direttamente la realtà esterna, per esempio urtando o sollevando un oggetto, nello “spazio” dei sé non ci sono corpi con cui urtare altri corpi coercitivamente. La coercizione è impossibile poiché c’è il libero arbitrio e non c’è un corpo. Pertanto, l’azione si riduce a influenzare un altro sé a cooperare volontariamente nella direzione desiderata.

L’azione si riduce quindi ad una comunicazione.

Ma com’è possibile comunicare senza un corpo? Per farlo, un sé deve essere in grado di creare volontariamente dei “segni” sull’aspetto esteriore del proprio campo, che sono percepibili e comprensibili da altri sé. L’azione diventa quindi la capacità di un sé di creare simboli sulla sua realtà esterna per rappresentare i significati che esso vuole comunicare.

La creazione di simboli di comunicazione segna l’inizio della creazione di linguaggi con regole sintattiche che richiedono accordi volontari tra quella comunità di sé che usa un particolare linguaggio. Ciò porta anche alla creazione di una realtà pubblica esteriore.

La natura delle leggi fisiche

In questo modello, le leggi fisiche fondamentali che osserviamo nel nostro universo si possono interpretare come la manifestazione delle regole sintattiche dei linguaggi usati dai campi quantici per comunicare tra di loro. I simboli usati nelle loro comunicazioni sono ciò che noi percepiamo come le particelle elementari che appaiono e scompaiono nel nostro spazio-tempo.

La natura probabilistica delle leggi della fisica quantistica è necessaria poiché i campi quantici che comunicano tra di loro sono entità coscienti con libero arbitrio. L’esistenza di leggi deterministiche che prescrivono l’interazione di queste probabilità corrisponde all’esistenza di regole sintattiche a cui i simboli devono obbedire per comunicare – una caratteristica necessaria in qualsiasi lingua. Le leggi fisiche, quindi, potrebbero essere la manifestazione di accordi tra i campi coscienti per poter comunicare tra di loro.

Ciò che è libero è il significato che viene comunicato, non le regole sintattiche dei simboli che sono usate per rappresentare il significato. Ciò è vero anche nel nostro caso: per esempio, il libro che uno di noi scriverà tra cinque anni, il cui argomento non è stato ancora deciso, dovrà necessariamente obbedire alle leggi probabilistiche dei simboli della lingua in cui sarà scritto.

Pertanto, le leggi fisiche vincolano solo il modo in cui i simboli materiali devono essere composti per esprimere il significato dei sé. In altre parole, ciò che è fondamentale è il significato e non i simboli. Noi siamo completamente liberi di esprimere il significato che vogliamo, usando però le leggi sintattiche dei simboli che sono le leggi fisiche dell’universo in cui essiste il nostro corpo. Se invece crediamo che i simboli siano fondamentali, allora il vero significato della vita e dell’esistenza sono persi.

È essenziale capire che le comunicazioni tra i sé sono indispensabili per approfondire l’auto-conoscenza e la comprensione del mondo interiore di ciscun sé. Approfondire questo argomento, tuttavia, ci porterebbe molto oltre lo scopo di questo saggio introduttivo.

Federico Faggin, maggio 2019